Consigli di lettura di maggio!
Pablito El Drito | Aprile, 2026 | them
Gianni de Martino, I capelloni. Mondo beat 1966-1967. Storia immagini documenti, Milieu
Capelloni, beat, beatnik, giovani zazzeruti, nullafacenti, disadattati. Nella seconda metà degli anni sessanta – nelle strade come sui giornali – esplode la questione dei giovani che si rifiutano di vivere secondo le regole che la società “rispettabile” loro impone. Scappati di casa, dalle scuole, dalle fabbriche, dalle prigioni, dalle cellule dei partiti (come l’autore, che era segretario della FGCI), dal pantano di un’esistenza che non sanno accettare, questi angeli ribelli rifiutano la famiglia, il matrimonio, di essere incasellati in una società che contestano perché disumana. A Milano si riuniscono in centro, di fronte al Duomo, predicando amore, non violenza, disarmo. La loro sconfinata idea di libertà si concretizza in una vita collettiva ai margini, con i suoi luoghi di ritrovo. Appartamenti, abbaini e cantine vengono perquisiti regolarmente dalla polizia o peggio sgomberati manu militari come avviene nel caso del campeggio autogestito nell’estate del 1967, ribattezzato “Barbonia city” dai perbenisti del Corriere. Il libro è una fonte preziosa in quanto contiene tutti gli articoli dei sette numeri della rivista “Mondo Beat”, i cui temi si incentrano sul valore umano dell’individuo, sulla rivolta esistenziale e su un pacifismo radicale di gandhiana memoria. Emerge chiaramente che nella Milano grigia che lavora e produce “tenne botta” per un paio d’anni un manipolo di giovani, spesso sottoproletari, che pure essendo una minoranza fu molto influente dal punto di vista rivendicativo e che fu vittima di attacchi mediatici pesantissimi e di una repressione feroce da parte delle forze dell’ordine. A quasi trent’anni dalla sua prima incarnazione è un grande piacere che un libro così importante sia di nuovo sugli scaffali, perché esiste un filo rosso che collega le proteste dei beat nel biennio 1966-1967 a quelle dei ventenni dei nostri giorni che protestano per la pace e contro la distruzione del pianeta. Da leggere.
Keshavarz – Khosravi, Storie di contrabbando e contrabbandieri, Eleuthera
Il contrabbando è un fenomeno sociale diffuso, presente lungo numerosi confini che dividono il mondo. In questa nuova raccolta di studi, introdotti e curati da Keshavarz e Khosravi e ora tradotti da Elethera, questo tipo di attività viene letta tramite gli occhi del contrabbandiere, reinserendole quindi nel contesto “vivo” in cui si verificano, lontano dalla visione statocentrica che “legge” il contrabbandiere solo come un criminale che infrange delle leggi. Essendo altamente organizzate all’ombra del controllo statale, dai racconti dei testimoni emerge come le attività di contrabbando coinvolgano in realtà molti soggetti. Sono imprese collettive, che vedono come partecipanti anche donne, bambini, anziani, disabili e transgender che tramite quest’attività – chiamata da loro semplicemente trasporto o business – sbarcano il lunario. Quindi molto spesso l’attività di contrabbando, lungi dall’essere necessariamente collegata a circuiti criminali internazionali, è parte integrante delle strategie di sopravvivenza di molte aree di confine. È un fenomeno in qualche modo tollerato dagli stati, come fanno notare molti degli studiosi, visto che esistono cittadine di confine che negli anni sono diventati degli empori a cielo aperto di merci difficilmente reperibili, soprattutto in paesi sotto embargo come l’Iran. Proprio dall’Iran provengono entrambi i curatori, che insieme hanno fondato la Critical Border Studies, una rete di accademici, artisti e attivisti dedicata a studi multidisciplinari sui confini.
Andrea Lai, Un pubblico meraviglioso, Milieu
Il memoir/diario di bordo di Andrea Lai appena pubblicato per Milieu scorre veloce, raccontando un decennio di suoni e situazioni. Siamo a Roma a metà anni novanta, una delle capitali mondiali della techno illegale. Lai, insieme al socio Petitti, una figura a metà tra fratello maggiore e mentore, rifugge la scena crusty dei rave – sono gli anni della Fintek “rave si Sstato” – quanto la scena house e tech-house di tendenza delle disco del centro capitolino. I due tentano “una terza via” e lo fanno all’interno degli spazi del centro sociale Brancaleone inventando Agata, una serata a base di sonorità viniliche breakbeat di importazione dalla Gran Bretagna. Ambasciatori di un suono nuovo, jungle e affini, i due fanno esplodere di gente il centro sociale, poi il resto d’Italia, per poi finire in tour anche all’estero. Pagina dopo pagina, gig dopo gig, contratto dopo contratto, le contraddizioni generate della loro parabola di dj e promotori d.i.y. – eretica sia per il “centrosocialismo reale” sia per il mainstream – emergono con sempre maggiore evidenza. I due rimangono intrappolati in una posizione scomoda che il libro ben sviscera. Non è facile coniugare missione culturale e profitto, utopia e business, passione e conti. Ma i due, scaltri innovatori, autoimprenditori anomali e pionieri della club culture romana, sono tra i primi a rompere la dicotomia tra discoteca e centro sociale. E a farlo in una città vivissima eppur complessa come Roma a cavallo del millennio, negli anni intorno al Giubileo. Il libro, ben scritto e dal linguaggio diretto dice molto sulle fatiche, quelle vere (non quelle “plasticose” raccontate oggi su Instagram) della dj life. Un libro che si legge da solo.
Agnese Trocchi, Internet mon amour. Pentamerone hacker, sci-fi, femminista, Altreconomia
Agnese Trocchi è persona molto nota nel milieu dell’attivismo culturale hacker, fantascientifico e femminista. Di lei abbiamo già parlato l’anno passato in occasione dell’uscita del suo romanzo distopico Prompt di Fine Mondo, autoprotodotto da C.I.R.C.E.. Appena uscito in nuova edizione aggiornata, Internet mon amour è un oggetto librario non identificato – un Ufo di carta – che riprende lo stile narrativo del Decamerone del Boccaccio mescolando tradizione popolare, fiaba e cronaca. Le storie che Trocchi racconta nel suo Pentamerone, un Decamerone “dimezzato” e ambientato nella nostra epoca dopo “la grande peste di internet”, hanno al centro il rapporto tra gli umani e le macchine, quella miriade di artefatti tecnologici con cui viviamo sempre più in simbiosi, quasi sempre ignorandone il funzionamento. Un legame problematico, da studiare e analizzare con attenzione per svelare potenzialità, limiti e rischi di mezzi che, volenti o nolenti, fanno sempre più parte del mondo in cui viviamo. Testo fortemente critico sull’utilizzo di tecnologie proprietarie, commerciali, “blindate”, pronte all’uso e all’abuso, il testo propone un atteggiamento di apertura ecologica verso le tecnologie aperte, libere, modificabili dall’utente e rispettose della privacy. Lo fa raccontando storie paradigmatiche, scritte con un linguaggio accessibile, ponendoci in circostanze vive, tipiche di tutti i giorni, invitandoci così a ripensare il nostro mondo mettendo in armonia persone e tecnologie.




